mercoledì 8 febbraio 2012

Sull’arte contemporanea


di Angela Buccino

L’arte non è morta. Non morirà mai. È nata con gli uomini, dagli uomini, e finché ci saranno uomini sarà vivo il bisogno di cercare e di guardare oltre e di comunicare ciò che si è visto, ciò che si è trovato. Ma l’arte cambia così come cambiano gli uomini.
L’arte contemporanea non è brutta o decadente rispetto a quella del passato.
E’ semplicemente diversa, come è diversa in ogni epoca e luogo. Ci aspettiamo che le immagini ci vengano incontro e siano immediatamente comprensibili, come per un’intima connessione con il nostro io più profondo, senza dover passare per l’anticamera talvolta scomoda della mente, al vaglio delle nostre conoscenze pregresse, dei nostri pregiudizi; pretendiamo che abbiano un significato universale ed eterno. Confondiamo l’efficienza sensoriale con la capacità di lettura. Come se tutti potessimo comprendere una lingua straniera solo perché udiamo. Non basta avere il dono della vista per saper leggere. Occorre conoscere i codici, usarli con pertinenza e non solo: la psicologia della forma ci insegna che non vediamo che ciò che ci aspettiamo di vedere. Quante variabili in un semplice battito di ciglia!
Davvero apprezziamo l’arte del passato?
O magari diciamo di capirla solo perché riusciamo a leggerne i contenuti, a cogliere l’apparenza dell’immagine, il suo significante, e questo ci basta?
Certo,  una sedia che somigli ad una sedia è rassicurante.
E poi, diciamocelo chiaro: per noi persone di mondo Caravaggio è Caravaggio e non ci sono margini di discussione. Ma se invece pensiamo a quante opere scandalose, rifiutate ci sono state nella storia dell’arte, quella illustre, di Caravaggio stesso con la sua morte della Vergine e il San Matteo analfabeta e soprattutto quella degli Impressionisti che ci piacciono tanto e stanno così bene nei salotti…
Opere che per i contemporanei non avevano valore e che oggi noi usiamo a modello dell’arte con la A maiuscola per denigrare quella contemporanea, in un eterno conflitto con la contemporaneità in nome di un passato rassicurante e sicuro, eterno perché sopravvissuto sino a noi. Non possiamo sapere cosa ci sopravvivrà.
Possiamo solo cercare di capire e sforzarci di guardare all’arte che ci appartiene con gli stessi occhi con cui guardiamo e viviamo il nostro mondo e il nostro tempo, senza false e spesso ipocrite nostalgie. Così come non ci sogneremmo di sostituire la nostra automobile con un cavallo, allo stesso modo non chiediamo agli artisti di macinarsi i pigmenti e di dipingere come se nulla fosse accaduto nei secoli, di dimostrare un virtuosismo inutile. Ci sono buone ragioni perché molti artisti abbiano abbandonato i vecchi metodi della pittura e altrettante buone ragioni perché molti altri li abbiano recuperati, rivisitati, rielaborati.
La pittura non è affatto morta, anche se si guarda bene dal ricalcare passivamente le stanche modalità del “quadro”.
Oggi, con tutto ciò che comporta di positivo e di negativo, l’offerta pressoché inesauribile di possibilità fa sì che possano convivere indirizzi e modi di essere e di lavorare molto diversi e comunque tutti espressione di questa epoca così variegata, complessa e piena di contraddizioni.
Naturalmente non tutto rimarrà ai posteri e questo già lo vediamo nel rapido succedersi delle mode. Qualcuno deciderà cosa ci dovrà piacere quest’anno e forse dopo aver dato uno sguardo agli avanzi di magazzino degli anni passati.
Questa società vuole sempre qualcosa di nuovo, che la stupisca, che la sorprenda anche solo per un attimo. Chiede il nuovo e lo confonde con l’originale, un originale che il mercato fabbrica in serie per soddisfare la richiesta. È il paradosso di questa società che, da un lato vuole che tutti possano accedere all’arte, dall’altro ha bisogno che l’arte rimanga unica ed eterna e conservi la propria aura. In qualche modo questa richiesta per così dire impossibile e incongrua era già stata messa in evidenza da Andy Warhol: “Le masse volevano sembrare anticonformiste, il che significava che l’anticonformismo doveva essere un prodotto di massa”.
Ma comunque, che la produzione artistica sia determinata/influenzata/condizionata da speculazioni filosofiche, da autentica ricerca o da esigenze di mercato, resta pur sempre un prodotto dell’epoca e della società in cui viviamo e di quella kunstwollen  che è lo spirito che muove alcuni uomini ad esprimere il proprio mondo attraverso se stessi, anziché lanciarsi in altre avventure. È vero che oggi la frattura tra arte e società sembra profondissima e difficilmente sanabile, ma a ben pensarci un’arte veramente democratica, comprensibile alle masse, non è mai esistita. È illuminante ciò che Benjamin scrive nel suo ormai classico “L’opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica”: “Infatti, quanto più il significato sociale di un’arte diminuisce, tanto più il contegno critico e quello della mera fruizione da parte del pubblico divergono. Il convenzionale viene goduto senza alcuna critica, ciò che è veramente nuovo viene criticato con ripugnanza. (…) Il dipinto ha sempre affacciato la pretesa peculiare di venir osservato da uno o da pochi. L’osservazione simultanea da parte di un vasto pubblico, quale si delinea nel secolo XIX, è un primo sintomo della crisi della pittura, crisi che non è stata affatto suscitata dalla fotografia soltanto, bensì, in modo relativamente autonomo, attraverso la pretesa dell’opera d’arte di trovare un accesso alle masse. Il fatto è appunto questo, che la pittura non è in grado di proporre l’oggetto alla ricezione collettiva simultanea, cosa che invece è sempre riuscita all’architettura, che riesce oggi al film. (…)nel momento in cui, in seguito a particolari circostanze e in certo modo contro la sua natura, la pittura viene messa a diretto confronto con le masse, precisamente quella circostanza agisce come  una grave limitazione”.
I devoti che si inginocchiavano davanti ad una crocefissione di Giotto non ne apprezzavano le qualità estetiche, ma il suo valore devozionale. L’arte come piacere estetico era riservata a pochi; le opere erano funzionali alla de-vozione, al ricordo, alla celebrazione, alla rappresentazione, alla descrizione. Talvolta diventavano simboli di potere e cultura e davano prestigio a chi le possedeva. D’altra parte erano tempi in cui non ci si preoccupava certo del gusto delle masse, tanto è vero che sempre nei secoli l’arte colta è stata affiancata da manifestazioni artistiche alternative, popolari, talvolta recuperate molto tempo dopo dalla critica e valorizzate. Oggi il potenziale pubblico dell’arte è notevolmente cresciuto, ma  a ciò non fa riscontro una adeguata formazione che prepari le masse a leggere e a godere delle opere, che sono, per contro, sempre più sofisticate e complesse. La critica, che dovrebbe stendere un ponte tra arte e società, usa spesso un linguaggio autoreferenziale ed oscuro, inaccessibile a coloro che apprezzano l’arte, ma non sono addetti ai lavori. I critici compaiono sempre più spesso in tivù, depositari dei codici misteriosi dell’arte, sempre più divi e showmen.
Ma ben vengano se ciò serve a fare in modo che le masse si accostino all’arte con maggiore consapevolezza o semplicemente che sappiano che il carro con la splendida vela di Swarowsky della festa in onore di Santa Rosalia del 2007 è opera del signor Kounellis. Alla critica chiediamo di essere più umile e di scendere tra chi, pur non avendo una formazione squisitamente artistica, vuole avvicinarsi all’arte, e magari a quella contemporanea. Perché ci deve pur essere un modo per spiegare un’opera, che non sia più complicato dell’opera stessa. Per quanto riguarda il mercato, da sempre gli artisti hanno lavorato per sostenersi e per vendere le proprie opere. Da quando è venuta meno la committenza, esso è stato l’unica formula capace di garantire libertà creativa agli artisti. Per quanto sia difficile da accettare, la storia della cultura, in ogni campo, non prescinde da fattori economici, spesso anche di natura speculativa. Noi non possiamo conoscere, né apprezzare e tantomeno acquistare se non ciò che il mercato, la pubblicità, i media ci propongono. Il resto, semplicemente, non esiste, che ci piaccia o meno. È che siamo restii ad accostare il vil denaro a ciò che in qualche modo riteniamo sacro, e l’arte è una di queste cose sacre in cui, cinici e smaliziati uomini del ventunesimo secolo, ancora crediamo. Senza dubbio il mercato favorisce una larga produzione artistica mediocre, ripetitiva, appiattita sul gusto degli acquirenti meno sofisticati. È vero anche che non sempre i prezzi delle opere sono proporzionali alla bravura degli artisti o correlati alla loro importanza storica. Ciò premesso, occorre però riconoscere che il mercato ha dimostrato di essere  un potente stimolo all’innovazione artistica e di saper sostenere e promuovere con coraggio e capacità di rischio, una produzione an-che lontanissima dai gusti del pubblico. Un esempio per tutti, quello degli Impressionisti, rifiutati dalle Accademie, ma promossi e incentivati dai loro mercanti. Tanto più questo è stato vero in seguito, quando artisti tuttora incompresi dalle masse trovarono appoggio e sostentamento in galleristi lungimiranti. C’è poi un settore del mercato che non ha a che fare con la commercializzazione diretta delle opere, e tuttavia riguarda un vasto pubblico di estimatori d’arte.
Pochi sono coloro che possono permettersi l’acquisto di un’opera di una certa levatura o ritenuta tale; nonostante ciò esiste un altro modo che permette di possedere un’opera: conoscerla.
Scrive Dufrenne:“Se infatti il possesso dell’opera unica è privilegio del collezionista, i meno fortunati possono esercitare un altro potere e crearsi un altro modo d’appropriazione: trattano l’opera come oggetto di sapere”.
L’esercizio del gusto e del sapere non sono legati direttamente alla commercializzazione dell’arte, ma al regime storico della cultura, e creano un mercato parallelo fatto di pubblicazioni, mostre, eventi; un mercato florido e in ascesa,  che ci riguarda molto da vicino. Il sistema dell’arte, con il suo complesso intersecarsi di galleristi, collezio-nisti, curatori di mostre e musei sembra premere sugli artisti con le sue regole di marketing e la sua indubbia parte di cinismo. Ma gli artisti oggi hanno rifiutato le immagini romantiche dello scapigliato o del genio; sanno che la marginalità è un’illusione e non li protegge contro le costrizioni che pesano su di loro. Non si nascondono più che l’arte è lavoro. In altri termini si sentono responsabili. Hanno anche capito che quando rifiutano la responsabilità, quando proclamano neutralità e innocenza mentono agli altri e a se stessi. La sfida dell’arte al sistema diventa allora proprio quella di riuscire a non subirlo passivamente, ma a piegarlo alle proprie esigenze poetiche.


(tratto da "3Mila Antologie per un Anno" - Ed. Gli Occhi di Argo)

2 commenti:

  1. monica zaulovic8 febbraio 2012 19:38

    credo che questo sia uno dei pezzi più belli riguardante l'arte che io abbia mai letto !!!!! chi l'ha scritto ????? Complimenti ! Monica Zaulovic

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  2. Ciao Monica,
    questo articolo, già da noi pubblicato su "3Mila Antologie per un Anno", è dell'artista piemontese Angela Buccino, che da anni vive ad Agropoli in provincia di Salerno. Ha realizzato per Gli Occhi di Argo vari disegni, utilizzati anche per diverse copertine di libri e di antologie. Cura per Gli Occhi di Argo una rubrica sull'Arte. Angela Buccino è una delle nostre socie più attive e preziose. Cogliamo l'occasione per ringraziarla pubblicamente per tutto ciò che fa per Gli Occhi di Argo.
    Saluti,
    lo Staff

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