venerdì 5 giugno 2015

I RACCONTI DI VENERdì - Massimo Renaldini



Il kiwi e la bambina

C’era una volta un kiwi, un uccello che non sapeva volare. Il suo nome era Vicky, viveva in Australia e gli piaceva camminare: faceva spesso delle lunghe passeggiate nelle calde pianure australiane, dove la terra è rossa e il cielo immenso.
Un giorno camminò così a lungo che incontrò una cosa che non aveva mai visto prima: era una specie di casetta a punta, di stoffa, unita in cima da alcuni pali di legno. Era molto colorata ed emanava un vago profumo di miele e spezie. Vicky non lo sapeva, ma stava guardando una tenda.
Si avvicinò con prudenza, ma non sentì alcun rumore provenire dall’interno di quella strana costruzione, così scostò lentamente un lembo di tela ed entrò piano.
“E tu cosa ci fai qui?” gli chiese gentilmente una voce femminile, più stupita che spaventata.
Vicky girò il collo e vide, nella penombra della tenda, una ragazzina magra dalla pelle scura, con gli occhi neri come il carbone; era seduta con le gambe incrociate davanti a un bastoncino, da cui si spandeva nell’aria quel buon aroma mielato. Aveva i capelli crespi e parecchio spettinati, ed era vestita con una canottiera rossiccia attillata e dei larghi pantaloni di lino, color sabbia.
Vicky, preso alla sprovvista, non seppe cosa dire e stava per bofonchiare una risposta imbarazzata, quando la ragazzina lo precedette:
“Scusa, sono stata maleducata: prima avrei dovuto presentarmi io: mi chiamo Aniel e sono una strega”.
Vicky la guardò dubbioso:
“Però non sembri una strega” sussurrò l’uccello con onestà.
Aniel ci pensò un attimo, poi fece spallucce:
“È vero, hai ragione: forse non sembro una strega” riconobbe la ragazzina “ma questo non vuol dire che io non lo sia”.
Vicky annuì:
“Anche io sono un uccello, ma non lo sembro: non so neanche volare…” ammise.
“Sì, beh, per quello io non so ancora fare nessuna magia” sospirò la bambina “sono qui apposta per meditare… Sai cosa vuol dire, vero?”
“No” rispose il kiwi, che era un tipo sincero: se non sapeva una cosa, non fingeva di conoscerla, ma semplicemente diceva la verità.
“Mhm… meditare significa sedersi, pensare a lungo, concentrarsi e trovare qualcosa dentro di sé” spiegò Aniel.
“Un po’ come fare la cacca?” domandò ingenuamente l’uccello.
“N-no, non esattamente”, tentennò Aniel, “ma in un certo senso sì: diciamo che è più come fare una passeggiata dentro di sé, ma senza muoversi”.
Vicky non era certo di aver capito la spiegazione, ma si sentiva comunque abbastanza a suo agio, nonostante fosse in un posto sconosciuto e stesse parlando con una ragazzina umana che diceva di essere una strega. Si sedette un po’ goffamente - i kiwi non sono animali molto agili - e guardò Aniel.
“Ma se passeggi dentro te stesso, cosa vedi?” chiese.
“Dipende”, rispose la bambina, “a volte niente, a volte cose belle, altre volte cose meno belle. Solo noi sappiamo cosa abbiamo dentro…”
“Anche le persone che ci vogliono molto bene” aggiunse Vicky.
“Sì, a volte sì” convenne la streghetta.
Chiacchierarono ancora un po’, poi l’uccello chiese alla bambina:
“Ti va di fare una passeggiata? Una passeggiata vera, intendo”.
Aniel lanciò un’occhiata verso l’uscita: dietro alla stoffa si intravedeva il bagliore arancione ma luminoso del tramonto.
“Sì, andiamo”.
Camminarono a lungo nella prateria, tra cactus e rocce, fino a che giunsero in una zona di campagna, di betulle e salici, vicino ad un ruscello gorgogliante. Il sole calò dietro alle fronde degli alberi, gli uccelli notturni iniziarono a cantare e si fece buio. Un dingo - che è una specie di cane che vive in Australia - ululò in lontananza, ma la serata era calda e piacevole, e le stelle erano tantissime e luminose: non c’era proprio nulla di cui aver paura.
Il kiwi e la bambina si fermarono in una piccola radura erbosa.
“Come mai sei una strega ma non fai magie?” domandò Vicky.
“Non lo so: nella mia famiglia sono tutti dei grandi maghi e delle streghe famose, ma io non riesco a fare neppure un incantesimo, neanche quelli facili facili, che si imparano da bambini…”
“E questo ti dispiace?” le chiese il kiwi.
“Beh, un po’ sì” confessò Aniel.
“Ma a te piacerebbe fare magie?”
“Non saprei” rispose la bambina, un po’ confusa da quella strana domanda “non le ho mai fatte…”
“Ma c’è qualcosa che sai fare e che ti piace?” le chiese Vicky, sdraiandosi sull’erba per guardare le stelle. Aniel lo guardò, poi lo imitò distendendosi a pancia in su.
“So danzare”, rispose.
Per un po’ restarono in silenzio, ammirando il cielo stellato.
“Io sono un uccello, ma non so volare” disse il kiwi, con un tono di voce sereno, come se avesse enunciato chissà quale verità.
Aniel inclinò la testa per osservarlo, senza capire bene ciò che intendeva dire l’animale.
“Quindi?” gli chiese la bambina.
“Siamo tutti diversi. Tu non sei una maga: sei una ballerina” concluse Vicky.
Una meravigliosa stella cadente, lunghissima e luminosa, rischiarò il cielo notturno sopra la radura, illuminando i profili delle chiome degli alberi.
Aniel annuì e, per la prima volta, capì che non doveva essere triste se non riusciva a fare magie: sarebbe stata infelice se non avesse saputo danzare, ma lei sapeva farlo, quindi poteva essere contenta. In effetti, si rese conto di essere davvero soddisfatta.
“Grazie” disse Aniel sorridendo, rivolta al kiwi.
“Prego” rispose lui, senza smettere di fissare le stelle “lo so perché anche io, molto tempo fa, pensavo di essere triste perché non sapevo volare”.
“E poi?” gli chiese la bambina.
“Poi ho capito cosa so fare io”.
“E che cosa sai fare?” gli domandò Aniel, curiosa.
“So ascoltare” le rispose il kiwi.


Ecco un nuovo racconto di Massimo Renaldini, che con il suo “tocco artistico” delicato e intenso ci accompagna lungo i sentieri della consapevolezza. L’incontro tra il kiwi e la bambina sprigiona, lentamente, una luce particolare, registrata dal lento crescendo del testo. È un incontro che “doveva arrivare”, prima o poi, affinché entrambi diventassero consapevoli del proprio valore, del proprio posto nel mondo.
Possiamo riportare le parole di Massimo Renaldini nella nostra quotidianità; parole pronte a insegnarci che, forse, molti affanni potrebbero essere evitati, a diventare consapevoli di ciò che si è e di ciò che non si potrebbe essere. Aniel e il kiwi ci dicono di non soccombere di fronte alle aspettative cieche e ottuse, e la loro è la voce più limpida: la voce di chi è ancora capace di stupirsi, di meravigliarsi, e quindi di mettersi in discussione.

Dello stesso autore:  Il cagnolino e il pezzo di legno

Per contattare l’autore:
 massimo.renaldini@gmail.com  

Scrivi racconti brevi? Questo è il concorso giusto per te. Leggi il bando del concorso

Per le tue poesie c’è Lunedì Poesia


Nessun commento:

Posta un commento