venerdì 23 maggio 2014
I RACCONTI DI VENER dì - Monica Fiorentino
Adrian
Autrice: Monica Fiorentino
(tratto da _ilpasserodagliocchid’ambra)
Lettera 21. Era là, gelido, bellissimo, disteso sul basamento, supino, inerte, sorriso radioso fermo sulle labbra, la fronte fiera nel sonno addormentato, il sonno degli eterni, il volto di gesso, istantanea di un attimo fermato dal tempo a divenire infinito, le mani lungo i fianchi, non giunte come il caso avrebbe voluto, o meglio il protocollo imponesse, ma libere, lungo il corpo, il palmo rivolto verso il basso. La crivella di munizioni che gli era stata scaricata in pieno petto, si diceva gli avesse lasciato più di un proiettile ancora incastonato fra le trame del cuore, steso, immobile, il giovane vestito ancora della sua alta uniforme, compìto, superbo, composto nella postura dritta dell’attenti, non sembrava affatto un cadavere agli occhi di lei, ma soltanto lui, il suo amato, il suo compagno, visto da una diversa angolatura, ritratto orizzontale, pronto per scattare ai comandi, come sempre, come sempre era stato, all’erta ad ogni ordine, segugio scaltro, lupo stratega, furbo, abile, passero bellissimo dagli occhi d’ambra e il canto blu come il cielo. Come lei l’aveva conosciuto, anni addietro, un giorno per caso attraversando la strada, fermando lo sguardo fra i tavolini di un bar all’aperto. Il suo dolce sposo di qualche ora appena. Odorava la stanza ferale di sangue rappreso, il suo sangue, il sangue di quel cuore, il suo cuore, il cuore che l’aveva scaldata, amata, conosciuta, in cui si era ri-conosciuta, che l’aveva resa donna, le aveva insegnato la gioia, l’amore. Le mani ancora sporche, erano state ripulite in fretta dagli altri commilitoni con polvere di scagliola, per renderle presentabili, ma non in modo perfetto, doveva essersi portato d’istinto le mani al petto e aver stretto forte più volte, premendo, nel sentire il piombo trapassargli il petto e l’anima, all’atto di essere colpito; le sue dita, le stesse che l’avevano carezzata, amata, mille e mille volte, troppo, troppe poche ore. Nausicaa lo guardò in volto, serrando subito d’istinto le palpebre, come per cancellare l’immagine di una realtà troppo grande per lei, presa a prestito da un libro di macabra fantasia, e chinando lenta il capo, strinse i pugni in grembo, inginocchiata al suo cospetto; inebetita, incredula, risollevò a fatica la testa nuovamente per ripercorrere con lo sguardo quelle labbra esangui, carne, lunascarlatta di festa e di gioia, spente, e muta una lacrima le scese lungo le gote, rigandole i pensieri. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” ripeteva sempre lui lo stesso ritornello ogni giorno, fin quasi a sfinirla, a farle levare gli occhi in alto, la voce che udiva già provenire dalla scale ad annunciarle il suo ritorno a casa, la sua filosofia; l’amava lui quel Fabrizio De Andrè, Faber con più affetto, sempre in direzione ostinata e contraria, l’amava in modo smisurato, e lei a furia di sentirlo ne aveva imparato a memoria i testi. Infondo piaceva molto anche a lei quel poeta della musica, e ascoltando le sue storie, minute filastrocche, scriveva gli haiku più belli appuntandoli in un vecchio quaderno a righe “Li pubblicherai tutti! Diverrai una grande scrittrice di haiku, la più grande!” sorrideva lui, quando ancora non erano sposi, e vivevano già insieme, abbracciandola stretta di notte nel loro letto di nuvole e sogni, era un gran sognatore, forse più di lei, che intesseva fra i propri versi trame d’angeli dalle lunghe ali, silenzi di seta e gli occhi viola puliti a mirare l’orizzonte; e puntualmente curiosa gli chiedeva d’indicarle lo haiku più bello Niente di me / Una piuma blu, lune storte/ Fogli sparsi, segnava ogni volta lui “Perché sei tu!”.
Portandosi in piedi, Nausicaa, facendosi
forza sulle ginocchia piegate in preghiera in prima fila, in quella stanza
adorna di bandiere e fiori, gli si avvicinò e posò le sue dita sul dorso di
quella mano, dov’era ancora infilata la vera, lucida d’oro e sangue, e con la
mente lo strinse a sé il suo amore, quasi a volergli ri-dare col proprio fiato
la vita, angelo, fantasma, di colpo sposa e vedova, martire di guerra, una
parola senz’anima, senza sangue, guerra: quella violenza gratuita che nelle
loro strade stava facendo incetta di carne, carne d’Essere Umano, fusello
fragrante, divorandone ad libitum il meglio, spezzandone midollo e ossa. Le
bombe avevano brillato ancora quella mattina sventrando piazze e scuole, i
caseggiati antistanti erano stati completamente rasi al suolo e le fiamme alte
avevano divorato gli alberi agli argini, investendo il cielo di resti
macellati, quelli degli sventurati malcapitati troppo vicini allo scoppio; uno
degli ennesimi agguati, lo si era definito “in gergo” quell’agire di
vigliaccheria, supplizio e strazio erano le parole più semplici: ma vere.
Nell’aprire gli occhi Nausicaa posò al
suo fianco una rosa: blu. Lui amava le rose, tantissimo, in special modo quelle
bianche e quelle blu, bianca come lei, diceva sempre, e blu ribatteva di
rimando lei “Come Te!”.
“Bluebelle”, “La rosa Bluebelle” avrebbe
chiamato quella, posta accanto al suo sonno, perché bella quanto lui, il suo
amore, quella rosa, lui. L’ultimo anelito di vita in terra, di un giovane uomo
macellato all’alba al suo supplizio, un flagello troppo cruento, violento,
feroce, per restare relegato ad un pezzo di paradiso soltanto e non essere
urlato al mondo intero, come ingiusto sacrificio carnale: goccia d’inchiostro
sopra boccioli candidi d’anima di rugiada bagnati.
Quando l’odio sovrasta ogni altro
sentimento, quando ogni pulsione fluisce in quella categorica della distruzione,
la morte domina incontrastata.
In “Adrian”, Monica Fiorentino ne descrive l’agghiacciante immobilità,
mettendo a confronto con sapienza “ciò che è stato” e “ciò che è” il
protagonista. Ora un corpo inerte, silenzioso, immobile, lontano. Ieri, sposo
per poche ore, animo sensibile ai suoni e ai colori del mondo.
La violenza
gratuita ha il potere di fare tutto questo, se glielo permettiamo. Ma può
essere fermata, se diventiamo consapevoli di cosa può fare: rubare la vita di
chi è vittima diretta, ma anche quella di chi è accanto e non può non chiedersi
il perché di ciò che accade.
Monica Fiorentino chiude questo racconto con l’immagine di una
rosa blu: bella e rara, come la vita e la delicatezza in uno scenario di
guerra.
Della stessa autrice: Tancredi
giovedì 22 maggio 2014
"Caro Angioletto" di Vito Rizzo e Milly Chiarelli: presentazione
Presentazione
Sabato 24 maggio ore 18 e 30
Sala Polifunzionale Giovanni Paolo II
Piazza della Repubblica (zona centro)
Agropoli, Salerno
Caro Angioletto
Le preghiere con le parole dei bambini
Testi di Vito Rizzo
Disegni di Milly Chiarelli
Edizioni L'ArgoLibro
I bambini (e i genitori)
sono invitati a partecipare.
per tutte le info sulla presentazione
per tutte le info sull'opera
Il libretto è in vendita presso la
Libreria L'ArgoLibro
Viale Lazio 16
(adiacente Via Salvo D'acquisto)
Agropoli (SA)
L'Argolibro:
largo ai (buoni) libri!
mercoledì 21 maggio 2014
Fabio Giocondo ad Agropoli
Domenica 1 giugno si inaugura la mostra di pittura dell'artista
agropolese Fabio Giocondo. Cornice dell'evento dal titolo “Nueve blanco” è il
luogo d'arte Carmine Pandolfi in via Picasso ad Agropoli (Salerno).
Più di trenta opere resteranno visibili fino al 29 giugno, data di presentazione
del catalogo, che esporrà un sunto del lavoro dell’artista in partenza per una personale in una nota
galleria di Milano.
VERNISSAGE: Domenica 01 Giugno ore 20,00
Possibilità di visitare la mostra tutti i giorni a partire dalle 17 e 30. Per qualsiasi info e prenotazione visite: 3292298259 - 3274019392
LUOGO D’ARTE “CARMINE PANDOLFI”, Via Picasso, 4 (nei pressi dell'Ufficio postale Succursale di San Marco)- Agropoli (SA)
LUOGO D’ARTE “CARMINE PANDOLFI”, Via Picasso, 4 (nei pressi dell'Ufficio postale Succursale di San Marco)- Agropoli (SA)
INFO:
3292298259-3274019329
fabgiocondo@libero.itvenerdì 16 maggio 2014
KERAMOS - LA TUA POESIA SU CERAMICA ARTISTICA - Prorogato al 31 maggio!
L’Associazione Artistica e
Letteraria, "Gli Occhi di Argo", in collaborazione col Centro
Artistico Guida, con il Patrocinio del Comune di Agropoli (SA), con l'intento
di valorizzare i poeti emergenti, organizza la Quarta Edizione del Premio Nazionale
di Poesia “KERAMOS”, il quale si articola nelle seguenti sezioni:
- Sezione A : Poesia dedicate
alla Dea Madre e/o al Mito Greco.
- Sezione B : Poesia dedicate al
fuoco e/o alla terra.
- Sezione C : Poesia dedicate al
mare e/o alla luna.
- Sezione D : Poesia dedicate al
Cilento.
L'argilla è la materia per fare
la ceramica. Keramos, in greco, vuol dire "argilla" o meglio indica
l'oggetto di ceramica finito. Nella mitologia Keramos era il dio protettore dei
ceramisti cioè di coloro che lavoravano l'argilla. Dio notturno e mediterraneo
del fuoco e della Terra. A lui è dedicato questo Concorso.
1. È possibile partecipare ad una
o più sezioni con una sola poesia inedita per sezione (LUNGHEZZA MAX 8 VERSI,
SONO CONSIGLIATI VERSI BREVI) da inviare via e.mail all’indirizzo:
occhidiargo@hotmail.it corredata di allegato contenente i dati anagrafici,
indirizzo completo, numero telefonico e la dichiarazione che l'opera presentata
al Premio di Poesia “KERAMOS” è inedita e frutto del proprio intelletto.
2. Per ogni sezione alla quale si
partecipa è richiesto un contributo di € 10,00 da versare sul conto Postepay:
FRANCESCO SICILIA
numero carta: 4023 6006 4045 4684
Codice fiscale: SCLFNC69E19A091G
3. Le poesie, con acclusa
scansione della ricevuta dell'avvenuto versamento, devono pervenire entro e non
oltre il 31 maggio 2014. La e.mail deve essere completata da tutti i dati
dell'autore, incluso indirizzo e numero di telefono. L'oggetto della mail deve
riportare il nome Keramos e la lettera della sezione o delle sezioni scelte.
4. I nominativi della giuria, il
cui giudizio è insindacabile ed inappellabile, saranno resi noti il giorno
della premiazione che si terrà ad Agropoli (Sa) in periodo estivo; seguirà
cerimonia di affissione delle Ceramiche Artistiche.
5. I vincitori saranno premiati
con una Targa di Ceramica Artistica sulla quale sarà trascritta a mano la
propria poesia, con la pubblica lettura durante la premiazione, con un
Attestato di Merito e con la pubblicazione della poesia sulle copie de I 2MILA
SEGNALIBRI.
6. Le Targhe di Ceramica Artistica
saranno realizzate dallo Studio d’Arte Guida e non saranno consegnate agli
autori ma, in una pubblica manifestazione, saranno affisse ai muri della Città
di Agropoli.
7. Ogni poeta è tenuto a ritirare
personalmente o tramite proprio delegato il premio assegnatogli. I premi non
ritirati rimarranno a disposizione dell'organizzazione. N.B.: tutte le Targhe
di Ceramica Artistica dei vincitori saranno comunque affisse ai muri comunali.
8. Tutte le spese di
partecipazione restano a carico dei partecipanti.
9. L'organizzazione si riserva
la facoltà di pubblicare e divulgare, a propria discrezione, gli elaborati
pervenuti senza che gli autori abbiano nulla a pretendere come diritto
d'autore.
I diritti rimangono comunque di
proprietà dei singoli autori.
10. La partecipazione al Premio
implica la conoscenza e la piena accettazione del presente regolamento,
l'inosservanza costituisce motivo di esclusione.
11. In relazione agli articoli 13
e 23 del D.lg n. 196/2003, l'organizzazione del Premio assicura che i dati personali
acquisiti vengono trattati con la riservatezza prevista dalla legge e saranno
utilizzati esclusivamente per l'invio di informazioni culturali e per gli
adempimenti inerenti il concorso.
I RACCONTI DI VENER dì - Monica Fiorentino
Tancredi
Autrice: Monica Fiorentino
(tratto da _ilgabbianodallacodabianca)
Lettera 21. A volte i ricordi sono come fiori d’acciaio, quando si è soli a contemplare la luna, senza lei da stringere, lei da abbracciare, lei da ascoltare, lei con cui condividere la vita, il tempo, un altro sogno in più, un altro passo ancora, lei dalla miriade di colori così simili ai propri.
Pensava lui, bicchiere vuoto fra le
mani. Vuoto. Come i suoi pensieri senza più lei. Era morta Monica, la sua
Monica, il ferro inclemente di un fucile nello scandire violento della sua
danza, aveva bevuto di lei anima e sangue, il suo sangue, nutrendosi di ogni
sua fibra, crivella insaziabile, macellandole i muscoli, battendole la testa,
risucchiandole ogni ansito, di spalle come il più ignobile degli assassini;
l’aveva ri-trovata lui, riversa, rosa rossa fra le dita, avvolta nel sudario
delle sue stesse cervella sparse a far da corona, incensata da quell’odore acre
di corpo umano che restava delle sue viscere ancora calde, e a quella vista il
soldato, lo scienziato e l’uomo non aveva retto. Scienziato, prestato al
servizio della guerra, aveva pagato con la carne di colei che amava il suo
scotto, il prezzo della guerriglia, della fiera umana, cieca a fare razzia.
Monica. La sua donna, la sua amante, la
sua confidente, compagna, amica, il suo sorriso, quelle dita che l’accarezzavano
sfiorando le corde più intime dei suoi sensi, pizzicando le sue voglie, laddove
sapeva poi farle divenire passione incontrollata nel modo più sublime, Monica,
il seno sopra cui aveva dormito notti di luna, la madre di sua figlia, quel
grembo, lei, divenuta di colpo su quel pavimento, muta bambola di plastica
dalla bocca spalancata. Senza respiro.
Infilando una mano fra i capelli,
Tancredi girò il capo, cacciando indietro l’ultima immagine che aveva di sua
moglie, facendo tintinnare il ghiaccio rimasto contro le pareti del bicchiere,
cercando oltre, nel buio del giardino qualcosa, anche solo un dettaglio che
potesse permettere una pausa di requie ai suoi pensieri. Due grandi occhi
luminosi dietro un cespuglio, curiosi, lo stavano osservando da chissà già
quanto tempo, e nel ricambiarne il saluto lui s’accorse di aver abbozzato un
sorriso, forse la loro Gala era in amore, non in “calore” l’avrebbe corretto
subito lei, posandogli un dito sulle labbra, Monica non adorava certe “parole”,
l’aveva imparato col tempo, e sapeva sempre correggerle al momento giusto; ed a
dirla tutta a lei non erano mai piaciuti neppure in modo tanto plateale gli
amici felini, il giorno in cui lui si era presentato a casa con quella micia
fra le braccia per regalarla alla loro bambina, lei per tutta risposta gli
aveva messo subito il broncio, sicura che la bimba l’avrebbe avuta vinta e la
gatta sarebbe rimasta. Uno dei loro rari battibecchi, quelli che lei finiva
puntualmente per dimenticare travolta dai suoi baci, una volta nel loro letto,
stretta fra le sue braccia, fra quelle lenzuola dove entrava il cielo intero.
Il loro modo di far pace. Così diverso dalla pace degli Uomini. Da quelle
mitraglie a ripetizione, quelle urla agonizzanti, il crollare dei palazzi, le
sirene perennemente spiegate, i pugni stretti, le bombe a brillare sul pianto
di innocenti. “I bambini in terra sono angeli”, lui le aveva detto un
giorno, tenendola stretta a sé cercando
di raddrizzarle il passo barcollante, sotto l’ennesima pioggia di proiettili e
grida a sventrare le loro strade, mentre Monica aggrappata al suo braccio
tentava di trovare nuova energia per avanzare, facendosi forza, spossata dalla
corsa, proteggendo con le mani quel suo pancione enorme.
La sua Monica. Non apriva più quel
quaderno lui, da quanto tempo? L’aveva dimenticato, il quaderno in cui lei
appuntava i suoi haiku, con inchiostro blu e in rosso. Era così, Monica scriveva in blu e poi gli haiku che
lui sottolineava come i più belli, lei li riscriveva in rosso. Era fatta così.
Erano fatti così loro, quando il tempo significava felicità. Insieme.
Posò il bicchiere, sperando di essere
riuscito a lasciarvi dentro il cuore. “Tancredi!” solo lei sapeva scandire così
bene il suo nome, ed alle volte a lui
sembrava di udirla ancora, scendere in giardino a cercarlo come soleva
fare quando s’attardava a leggere, sotto il patio di notte, godendo dei pochi
momenti in cui il frastuono della guerra sembrava voler lasciar pace alle loro
orecchie. Lo stesso autore che piaceva ad entrambi, quel Baricco di cui lei
parlava spesso con la luce negli occhi, Monica nel trovarlo intento nella
lettura si soffermava al suo fianco e ne carezzava le pagine, per risalire poi
con la mano ad aggiustargli gli occhiali sul naso, sorridendo di riflesso alla
smorfia che lui faceva d’istinto, aggrottando la fronte al suo tocco,
scoppiando a ridere ogni volta; dopo la guerra avrebbe voluto costruire un
luogo dove poter leggere e stare insieme, facendo ri-fiorire le piante, e
sorridere di nuovo i bambini. Alessandro Baricco, la prima volta lei stessa gli
aveva regalato “City”, ma lui non le aveva mai chiesto quale titolo le piacesse
maggiormente.
A grandi passi attraversò la veranda per
entrare di nuovo in casa, il sonno ritmico della loro bambina lo accolse come
ossigeno a gonfiare i polmoni. La loro piccola, lui l’aveva messa in lei - nido
d’allodola - facendo germogliare quel seme nel suo ventre. Ora era così bella a
dormire serena, l’aveva messa al mondo Monica, con grida inumane, ricordava
bene quel giorno, ogni minima espressione, ogni centimetro di quella mattina
d’estate che aveva cucito la loro pelle in un unico intreccio di trame e
sangue, per sempre. Amava quella bambina, l’amava profondamente. Il lieve
refolo della sera fece frusciare quel prezioso scrigno di haiku appuntati in
blu ed in rosso, sfogliandolo Musica nuda
/La mia finestra sul mondo/ Un pettirosso. Si sorprese Tancredi a pensare
se in fondo, fosse stato mai davvero quello, l’autore preferito di lei.
“Lente le ali di lui si chiusero, attorno alla creaturina addormentata,
prendendola fra i suoi sogni, respirando dello stesso fiato del padre, là
accanto a lei, mentre i suoi occhi di un viola acceso si riempivano di dolore,
angelo dalle piume blu a cullarne il sonno. Era vero, talvolta i ricordi sono
come fiori d’acciaio”
Continua la lunga descrizione di Monica
Fiorentino dedicata alla contrapposizione – lucida, puntuale, precisa – tra
l’orrore e la pace, tra le pennellate della morte e i colori vividi della vita.
Per dire davvero “no!” al’odio con profonda coscienza, dobbiamo essere
consapevoli fino in fondo di ciò attraverso l’odio perdiamo: questo l’autrice
lo sa e ce lo fa notare.
Leggendo “Tancredi” e tutti gli altri racconti di
Monica Fiorentino, l’importanza dei “piccoli” particolari della
quotidianità balza subito agli occhi: potenza dell’arte, che – sola – può far
risaltare il valore immenso di un gesto. Questa possibilità ci fa ribadire che,
se l’artista fosse ascoltato, le guerre cesserebbero davvero.
Leggete e rileggete lentamente questo racconto e
vi accorgerete di quale straordinario inno alla vita è racchiuso in esso! Un
inno che chiede solo di essere ascoltato.
Della stessa autrice: Monica
mercoledì 14 maggio 2014
Soli come il sole: intervista radiofonica
Continuano gli appuntamenti con lo splendido romanzo "Soli come il sole" di Silvia Mentasti e Marco Durpetti, Edizioni L'ArgoLibro.
Questa volta vi segnaliamo l'intervista radiofonica realizzata da Radio Missione Francescana, nel programma "Varese è..." realizzato da Chiara Ambrosioni. Una nuova occasione di riflessione insieme agli autori.
Cliccate qui per ascoltare l'intervista in streaming e qui per tutte le info sull'opera.
martedì 13 maggio 2014
Due importanti appuntamenti a Salerno
Vi segnaliamo due importanti appuntamenti a Salerno per il 23 e 24 maggio.
Lo splendido libro "Nunc Est Bibendum", Edizioni Noi 3, è in vendita anche presso la Libreria L'ArgoLibro ad Agropoli (Viale Lazio 16, adiac. Via Salvo D'Acquisto).
Cliccate sulle immagini per ingrandirle e leggere tutte le info.
Lo splendido libro "Nunc Est Bibendum", Edizioni Noi 3, è in vendita anche presso la Libreria L'ArgoLibro ad Agropoli (Viale Lazio 16, adiac. Via Salvo D'Acquisto).
Cliccate sulle immagini per ingrandirle e leggere tutte le info.
domenica 11 maggio 2014
Giovane eternamente
| Klimt, Madre con bambino |
Sei tu, invocata ogni sera, dipinta sulle nuvole
Che arrossano la nostra pianura e chi si muove in essa,
Bambini freschi come foglie e donne umide in viaggio
Verso la città nella luce d'un acquazzone che smette,
Sei tu, madre giovane eternamente in virtù della morte
Che ti ha colta, rosa sul punto della fioritura,
Tu, l'origine d'ogni nevrosi e ansia che mi tortura,
E di questo ti ringrazio per l'età passata, presente e futura.
Attilio Bertolucci
Ascolta l'intervista a Milena Esposito, autrice del saggio "Mamma, tu noi sei come le altre!": clicca qui per tutte le info
sabato 10 maggio 2014
Il Segnalibro di maggio è tutto da leggere!
(clicca sulle singole immagini
per ingrandirle)
- poesia di Maria de Gennaro;
racconti di Pietro Rava, Elisabetta Mattioli e Annalisa Miceli;
articoli di Anna Giordano, Vito
Rizzo, Eufemia Griffo, Elisa Guidolin;
- spazi dedicati alle pubblicazioni
di Riccardo Sanna («Emozioni (Volume I)»), Vito Rizzo
/ Milly Chiarelli («Caro angioletto – Le preghiere con le parole dei
bambini»), Boris Vento («Una vita, un amore»);
- news sul bando di concorso, legato
alle presentazioni estive de “Gli Occhi di Argo”, Liber da Mare
Libri d’Amare;
- news sugli eventi di maggio che si
terranno presso la Libreria L’ArgoLibro ad Agropoli, Salerno
(spazio web dedicato www.largolibro.blogspot.it)
e in altri luoghi;
- informazioni per aderire ai concorsi
aperti a coloro che vogliono essere pubblicati sul Segnalibro;
- link attivo alla libreria
on line, con centinaia di titoli scelti accuratamente;
... e tante altre news e curiosità!
Il Segnalibro moltiplica la
visibilità per le tue opere.
e partecipa ai nostri concorsi!
venerdì 9 maggio 2014
I RACCONTI DI VENERdì - Monica Fiorentino
Monica
Autrice: Monica Fiorentino
(tratto da _lagrudallelungheali)
Lettera 21. L’aveva amato, tanto. Completamente. Totalmente. Li amava entrambi, incondizionatamente. I suoi due amori. Loro. Quella mano che aveva tenuto salda la sua, per guidarla: lui. Quella manina che lei aveva tenuto premuta al suo seno: la loro bambina. Tutti avevano sempre detto di lei che era una donna forte, e forte si sentiva. Si era sempre sentita. Libera e forte, come una roccia. Amore non è sinonimo di fragilità, né di debolezza, se questo amore è amore, se ha radici “sane”, aveva sempre sottolineato lei stessa, crescendo in quel totale, limpido, forte, coraggioso abbandono. Scrivendone nelle sue poesie. Scrivere è un mestiere liberatorio, affatto facile, rende custodi delle parole, ne rende responsabili, e impone di prendersene cura. Questo lei lo aveva sempre saputo. Di quella donna semplice e minuta, lui, il soldato e l’uomo, aveva amato tutto, sin da subito. Continuava a farlo, incessantemente, a prescindere. Talvolta per prenderla in giro le diceva che di lei, di primo acchito si era innamorato della voce, poi erano venute le lunghe gambe. Monica, la sua Monica.
In
quell’istante lei soffiò un altro haiku al cielo, oltre la luna, più lontano
ancora, in alto; fra le trame della notte, oltre la guerra, il lamento
dell’artiglieria, quel sentore marcio di corpi in putrefazione, messi a marcire
per le strade insieme ai vivi, tranciati dalle loro membra ancora calde, fra il
puzzo di piscio stagnante, le grida di tormento e il giogo della violenza,
nelle sopraffazioni di ventri vergini ad essere squarciati. Affidando in punta
di piedi, quella sua piccola poesia all’eterno.
In alto, laddove un aviatore aveva scritto di principi, volpi, deserti,
rose e serpenti, riponendola nell’attesa, affinché un giorno venisse ri-trovata,
dopo di lei; e nel carezzarla distrattamente, quella mano, sfiorandola fra le
pagine del cielo, avesse potuto sorridere di nuovo, ancora, almeno un’altra
volta. L’amore è qualcosa che ha a che fare con l’attesa, in qualche modo lei
ne era sempre stata certa. Come era sicura della persona che avrebbe trovato
quel suo haiku. L’aveva composto nella sua mente pensando a lui, quel giorno di
luglio, durante la sua ennesima notte di
assenza, dopo che la loro splendida bambina si era finalmente addormentata, e
prima o poi, non aveva dubbi, l’avrebbe ri-trovato lì.
Ri-recitandolo
a labbra serrate, ne contò in testa le sillabe, attenta, soffiandolo verso il
cielo, puntando in alto, il più in alto possibile, affidando al tempo la sua
confessione, la sua promessa, la sua risposta, il suo divenire: Post Scriptum
col rosso del cuore Ps. Ti amo / S’apre all’orizzonte/ l’arcobaleno. Dritta
dinanzi a quel pianoforte bianco, dove lui, il soldato, il marito, l’uomo, il
padre, soleva suonare di sera per le sue due donne; perdendo completamente
Monica i propri occhi nel contemplare quella lunga rosa dai petali scarlatti,
ancora viva e vibrante, nel suo bicchiere colmo d’acqua sistemata al centro del
ripiano laccato dell’imponente strumento; la rosa che lui le aveva donato dopo
la passione, baciandole la fronte, stretta al suo petto, la loro ultima notte,
e a cui lei aveva dato il nome di “Godot”,
la splendida Godot dalle vesti di seta, si era sorpresa a sorridere
nuovamente, fuggendo di colpo in un unico volo di farfalle a ridisegnarle la
tempia sinistra, addormentandola in un rivolo di vernice rossa dall’odore acre
di corpo umano, verso dopo verso, nell’infrangersi violento del rinculo ben
assestato del fucile, a incalzare perfetto, bevendo di lei anima e carne,
inzuppandole i capelli, colandole a chiazze informi sulla gonna,
inzaccherandole di cervella gli stivali, piegandola per sempre su quel
pavimento fetido, sudario di un supplizio chiamato: guerra, lasciandola
scivolare in ginocchio, posta in estatica posa.
“... e le
sue dita tremanti, presero a carezzare quelle piume, la veste blu di quelle
lunghe ali incassate nella carne, all’altezza delle scapole, morbide, delicate,
eteree, affondandovi dentro i polpastrelli per saggiarne il velluto, chinandosi
a poggiarvi di riflesso le labbra; e a quel tocco lui chiuse gli occhi - quel
luccichio viola di lacrime - muto, ascoltando il discorrere del cuore di lei
con la sua anima.”
Da una parte la luce, l’energia positiva e costruttiva
della sensibilità artistica; dall’altra, tutto l’orrore dell’odio cieco e
ottuso. Monica Fiorentino continua a
indagare con efficacia un dualismo, una contrapposizione che ha da sempre
segnato la storia dell’uomo. A leggere i suoi racconti, viene da ribadire
ancora una volta che dovremmo dar voce sempre più agli artisti, per renderci
davvero conto della profonda stupidità dell’odio in tutte le sue forme. Fino a quando, invece, ascolteremo politici ed
economisti, le loro “ragioni”, la distruzione avrà sempre la meglio.
Monica
Fiorentino ci dice anche che c’è qualcosa di altrettanto
concreto, altrettanto valido, di ciò che cade immediatamente sotto i nostri
sensi. L’artista non vuole edulcorare, stemperare gli orrori della guerra, e le
sue sono visioni che dovremmo tener ben presenti, quando si fa avanti qualche “grande
uomo” che ci parla di “guerre necessarie”. Oltre queste ottusità, possiamo
lasciarci guidare dal segno, dalla nota, dalla visione dipinta o plasmata: in una
parola, dall’arte.
Della stessa autrice: Sofia
giovedì 8 maggio 2014
Un laboratorio speciale a "L'ArgoLibro"!
Sono aperte le iscrizioni
al laboratorio artistico “FAVOLARTE”
a cura dell’illustratrice Tiziana Gissi.
Si terrà presso la libreria “L’ArgoLibro” (Viale Lazio 16 - adiacenete Via Salvo D'Acquisto, nei pressi del Centro per l'Impiego, ad Agropoli) ed è rivolto ai bambini dai 7 agli 11
anni. Il laboratorio darà la possibilità ai bambini di esprimere la propria
creatività sulla base della lettura di storie di grandi artisti del passato e
contemporanei.
La quota di partecipazione
è di € 20,00 per quattro incontri, incluso l’utilizzo dei materiali.
Al termine sarà
rilasciato un attestato di partecipazione; inoltre tutti i partecipanti
potranno esporre le proprie opere in una giornata dedicata ad una mostra
collettiva.
AFFRETTATI:
Il
numero d’iscrizioni è limitato!
Info:
3292037317
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